Vegano per l’ambiente

Partiamo dal presupposto che il cibo, come tutte le cose, inquina a modo suo (e non poco). Come? Emissioni di gas serra, (ab)uso del suolo e delle risorse idriche, deforestazione, eutrofizzazione, perdita di biodiversità.

All’inizio del 2020, Our World In Data ha pubblicato un articolo con
allegati tutti i dati relativi agli impatti del cibo sul nostro pianeta e qui sopra potete vedere un grafico che presenta la situazione attuale:
– la produzione di cibo è responsabile di 1/4 delle emissioni di gas serra globali, il 26%
– la metà delle terre abitabili nel mondo è utilizzata per l’agricoltura
– il 70% delle scorte di acqua dolce globali è utilizzato per l’agricoltura
– il 78% dell’eutrofizzazione degli oceani e delle acque dolci è causato dall’agricoltura
– il 94% della biomassa mammifera (umani esclusi) è costituito da animali in allevamento, gli animali selvatici sono solo il 6%
– 24 mila specie a rischio di estinzione sono minacciate a causa di agricoltura e acquacoltura.

La domanda che può sorgere spontanea è: perchè “condannare” solo gli allevamenti quando anche l’agricoltura ha un impatto non indifferente?

Perchè non tutta l’agricoltura esiste solo per la specie umana.
Il doppio delle emissioni derivano dall’uso del suolo per il bestiame (16%) rispetto alle colture per il consumo umano (8%) e i raccolti destinati al bestiame sono responsabili del 6% delle emissioni.
Sul totale delle emissioni derivanti dalla produzione di cibo, rimane comunque un 21% di emissioni dai raccolti per il consumo umano, un dato che ci fa capire come (anche) il metodo sia parte del problema: l’agricoltura rigenerativa, l’agricoltura biologica e la permacultura dovranno prendere il posto dell’agricoltura intensiva, se vogliamo davvero fare la differenza.

Mangiare locale può fare la differenza? Non molto..
Molti presumono che mangiare locale sia la chiave per una dieta a basse emissioni di carbonio, tuttavia, le emissioni dei trasporti sono una percentuale molto piccola rispetto al totale, solo il 6%.
“Mangiare locale” è una raccomandazione che si sente spesso, e sebbene possa avere senso intuitivamente, non è uno dei consigli più giusti. Mangiare localmente avrebbe un impatto significativo solo se il trasporto fosse responsabile di una grande quota dell’impronta di carbonio finale del cibo ma non è questo il caso. Per farvi capire la differenza: spedire un chilogrammo di avocado dal Messico al Regno Unito genererebbe 0,21 kg di CO2eq in emissioni di trasporto. Si tratta solo dell’8% circa dell’impronta totale degli avocado; anche se spediti a grandi distanze, le sue emissioni sono molto inferiori a quelle di derivati animali prodotti localmente.

Esistono anche una serie di casi in cui mangiare localmente potrebbe di fatto aumentare le emissioni. Nella maggior parte dei Paesi, molti alimenti possono essere coltivati ​​e raccolti solo in determinati periodi dell’anno, ma i consumatori li richiedono tutto l’anno. Qui possiamo scegliere tra tre opzioni:
– importare merci dai paesi in cui sono di stagione
– utilizzare metodi di produzione ad alta intensità energetica (come le serre) per produrli tutto l’anno
– utilizzare la refrigerazione e altri metodi di conservazione per conservarli per diversi mesi.
Ci sono molti esempi di studi che mostrano che l’importazione ha spesso un impatto minore, per esempio Hospido et al. (2009) stimano che l’importazione di lattuga spagnola nel Regno Unito durante i mesi invernali, comporti emissioni da tre a otto volte inferiori rispetto alla produzione locale. Lo stesso vale per altri alimenti: i pomodori prodotti nelle serre in Svezia hanno utilizzato 10 volte più energia rispetto all’importazione di pomodori dal Sud Europa, dove erano di stagione.

Mangiare locale ha comunque degli aspetti positivi, primo tra tutti diminuire lo spreco di cibo pre consumo. Durante i lunghi viaggi, infatti, i prodotti altamente deperibili come frutta e verdura vengono buttati in grandissime quantità, per colpa di cattiva conservazione (refrigerazione) e trasporto poco curato, considerato che la GDO richiede solo unità perfette senza la minima imperfezione.
In secundis conoscere il territorio in cui un prodotto nasce e con molta probabilità, conoscere anche il produttore e il modo in cui lavora. Ma soprattutto, comprare locale aiuta l’economia del nostro territorio, che sia la nostra città, la nostra regione, il nostro Paese.

Storia analoga per il packaging, che causa solo il 5% delle emissioni, ma anche qui possiamo allargare il problema e chiederci: è un packaging riciclato? è un packaging riciclabile? Ricordando che leggere “riciclabile” non da alcuna certezza sul fatto che venga effettivamente riciclato. Quanto costa, in termini energetici, riciclare questo packaging? Lo posso riutilizzare? Nel caso di prodotti sfusi il problema non si pone e diminuiamo notevolmente anche quel 5% di emissioni.

Ma tornando alla scelta di una dieta plant based, allego un altro grafico qui sotto.

Le fonti proteiche di origine vegetale – tofu, fagioli, piselli e frutta secca – hanno l’impronta di carbonio più bassa. Questo è vero quando si confrontano le emissioni medie (nel grafico indicate con il pallino bianco), ma è ancora vero quando si confrontano gli estremi: non c’è molta sovrapposizione nelle emissioni tra i peggiori produttori di proteine ​​vegetali e i migliori produttori di carne e latticini.
È proprio per questo motivo che mangiare meno carne è quasi sempre meglio che mangiare la carne più sostenibile, se si vuole seguire una dieta “low carbon”.
Se eliminare completamente la carne e i derivati dalla vostra dieta vi spaventa e/o non vi garba, ma al tempo stesso volete intraprendere uno stile di vita più sostenibile, allora, oltre a diminuirne notevolmente il consumo, potete prediligere carne che emette di meno, per esempio preferire il pollo al manzo.

In questo grafico trovate anche la risposta a tutti quelli che vi diranno “Ma la soia causa deforestazione, tofu infame!”: solo una frazione della soia utilizzata per produrre tofu e latte di soia è legata alla deforestazione; più del 96% della soia proveniente dal Sud America finisce come mangime per animali o olio da cucina.

E l’impronta idrica di ogni alimento?
A questo link potete trovare tutti i grafici (interattivi in ​​modo da poter aggiungere e rimuovere prodotti utilizzando il pulsante “add food”), qui sotto ve ne allego solamente un paio per potervi fare un’idea.
Nelle prime cinque posizioni troviamo carne e derivati, con la sola eccezione della frutta secca (Nuts).

Viene calcolata anche l’impronta idrica del cibo ponderata per la scarsità:

La scarsità di acqua dolce, infatti, varia in tutto il mondo: alcune regioni hanno abbondanti risorse idriche (il che significa che la domanda di acqua agricola ha un impatto limitato), mentre altre sperimentano un grave stress idrico. Scarcity-weighted water use rappresenta l’uso di acqua dolce ponderato per la scarsità d’acqua locale.

Per quello che riguarda invece l’uso del suolo facciamo un mega passo indietro di 1000 anni, quando solo 4 milioni di km2, meno del 4% della superficie mondiale abitabile (quindi non sterile e libera da ghiaccio e deserto), erano utilizzati per l’agricoltura.
Oggi invece metà di tutta la terra abitabile è utilizzata per l’agricoltura, accompagnato da un 10% del mondo coperto da ghiacciai e un 19% da terra arida: deserti, saline secche, spiagge, dune di sabbia e rocce esposte.

In considerazione dei tempi estremamente lunghi di formazione, il suolo è da intendersi come una risorsa limitata e sostanzialmente non rinnovabile, per questo è da tutelare.

C’è anche una distribuzione molto diseguale dell’uso del suolo tra bestiame e colture per il consumo umano. Se combiniamo i campi utilizzati per il pascolo, con la terra utilizzata per coltivare colture per l’alimentazione degli animali, il bestiame (carne e latticini) rappresenta il 77% della superficie agricola globale. Sebbene il bestiame occupi la maggior parte dei terreni agricoli del mondo, produce solo il 18% delle calorie mondiali e il 37% delle proteine ​​totali. I raccolti per uso esclusivamente umano, invece, rappresentano il 23% della superficie agricola e producono ben l’82% delle calorie mondiali e il 63% delle proteine.

L’agricoltura non solo ha trasformato gli habitat, è anche una delle maggiori pressioni per la biodiversità: delle 28.000 specie valutate a rischio di estinzione nella Lista Rossa IUCN, l’agricoltura è elencata come una minaccia per 24.000 di esse ed ha un forte impatto anche sulla biodiversità del sottosuolo compromettendone la Rete Alimentare. Ma sappiamo anche che possiamo ridurre questi impatti, sia attraverso i cambiamenti nella dieta, sostituendo parte della carne con alternative a base vegetale, sia attraverso i progressi tecnologici. È infatti grazie ad una combinazione di tecnologie agricole che i raccolti sono aumentati notevolmente negli ultimi decenni, il che significa che abbiamo risparmiato molta terra dalla produzione agricola: a livello globale, per produrre la stessa quantità di raccolti del 1961, abbiamo bisogno solo del 30% della superficie agricola, in Italia del 47% (vedi grafico interrativo).

Da ricordare, però, che nonostante la sua resilienza il suolo può essere distrutto in tempi molto brevi attraverso processi di degradazione fisica, chimica e biologica, sino alla perdita totale delle proprie funzioni. Il consumo di suolo ha un forte impatto sul potenziale agricolo per occupazione di suoli fertili. Tra il 1990 e il 2006, ad esempio, è stato calcolato che 19 Stati membri dell’Unione Europea hanno perso un potenziale produttivo agricolo pari a un sesto del raccolto annuale in Francia, il maggiore produttore europeo (Gardi et al., 2012: Soil Sealing, Land Take and Food Security: Impact assessment of land take in the production of the agricultural sector in Europe).

Prima di gioire per l’aumento dei raccolti, c’è da vedere in che stato di salute è il suolo e accertarci che la maggiore produttività non sia dovuta ad un’agricoltura estremamente intensiva.
Per questo motivo, come già anticipato, è bene sostenere un’agricoltura che rispetti l’ambiente e la biodiversità delle specie e del suolo.

Vediamo però, quanto suolo utilizza ogni prodotto alimentare che consumiamo:

I dati provengono dalla più grande meta-analisi dei sistemi alimentari globali fino ad oggi, pubblicata su Science da Joseph Poore e Thomas Nemecek (2018). In questo studio, gli autori hanno esaminato i dati di oltre 38.000 aziende agricole in 119 paesi. L’uso del suolo qui è misurato in metri quadrati (m2) di terreno agricolo – che include pascoli e terreni per colture o mangimi – per 100 grammi di proteine.

L’uso del suolo degli alimenti dipende in gran parte dall’intensità dell’agricoltura: i raccolti dalle rese più elevate, hanno bisogno di meno terra. Di conseguenza anche gli animali nutriti con colture ad altissime rese, contano meno suolo nella loro impronta. E gli stessi animali allevati intensivamente utilizzano meno suolo rispetto a tutti gli altri, per i quali vengono rispettati gli spazi consoni ad una vita normale. Il suolo è anche uno dei motivi per cui non è possibile pensare di convertire tutti gli attuali allevamenti da intensivi ad estensivi, perché non avremmo, letteralmente, più spazio sul pianeta (con conseguente deforestazione e aumento di emissioni per ogni m2 che lasciamo spoglio).
L’impronta mediana della carne bovina è di 104 m2 per 100 grammi di proteine. Ma la differenza tra i produttori è enorme: da 7 m2 a 369 m2. Il confronto con le materie prime vegetali è palese: il consumo medio di suolo non solo è inferiore a quello della carne di manzo, ma rimane al di sotto anche della carne meno inquinante, il pollo (6,4 m2).

E il pesce?

Si discosta un po’ da quello di cui abbiamo parlato finora perché combina sia l’allevamento che la cattura.
Nel primo caso possiamo calcolare l’impronta carbonica, idrica e di suolo, ma con la pesca di pesci selvatici, l’impatto è ambientale.

La produzione mondiale di pesce e frutti di mare è quadruplicata negli ultimi 50 anni. Non solo la popolazione mondiale è più che raddoppiata in questo periodo, ma una persona ora mangia in media quasi il doppio di pesce rispetto a mezzo secolo fa.

Ciò ha aumentato la pressione sugli stock ittici in tutto il mondo. A livello globale, la quota di stock ittici sovrasfruttati (il che significa che li catturiamo più velocemente di quanto possano riprodursi per sostenere i livelli di popolazione) è più che raddoppiata dagli anni 80 e questo significa che gli attuali livelli di cattura di pesci selvatici sono insostenibili. Il motivo sta anche nel cambiamento dei metodi di pesca, da quelli su piccola scala a quelli intensivi, ed è bene conoscerli:

Nel grafico l’ordine non è casuale, ma dal meno peggio al più impattante (da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso). Peccato che, al crescere dell’impatto ambientale, cresca anche la frequenza con cui lo specifico metodo di pesca è utilizzato.

L’impatto ambientale in questo caso ha due specifici nomi: bycatch e seafloor damage (o seabed damage).
Bycatch è la cattura accidentale di altre specie durante l’attività di pesca e vede vittime delfini, tartarughe marine, squali, razze, uccelli marini e molti altri animali. Si verifica quando vengono utilizzati metodi che pescano aree estese e poco selettive, catturando tutto ciò che incontrano, diventando così la causa dell’overfishing, che secondo un rapporto stilato dalla IUCN, è la principale causa di declino ed estinzione delle specie nel Mediterraneo.

Seafloor damage sono i danni ai fondali marini, conseguenza del passaggio delle reti a strascico, dragaggio ed estrazione di sabbia e ghiaia. Rapporti recenti degli Stati membri dell’UE stimano che, in alcune parti d’Europa, oltre il 75% delle acque sono state danneggiate fisicamente. Questo danno ha distrutto habitat marini e ha portato ad una significativa perdita di biodiversità.

All’impatto ambientale della pesca si aggiunge anche l’inquinamento, infatti le fonti ocean based rappresentano il 20% dei detriti di plastica marini, di cui la pesca commerciale è la principale attività umana che contribuisce. Nel 1975 l’affondamento di una flotta peschereccia ha comportato la deposizione in mare di 135.400 tonnellate di attrezzi da pesca in plastica e 23.600 tonnellate di materiale sintetico da imballaggio. Attualmente, la quantità di attrezzi da pesca dispersi nell’ambiente è quadruplicata: si stima che ogni anno nell’oceano si aggiungono circa 640.000 tonnellate di attrezzi da pesca dismessi, pari a circa il 10% del totale dei detriti marini.
Ovviamente, la maggior parte dei polimeri plastici attualmente utilizzati sono altamente resistenti alla corrosione e possono persistere nell’ambiente per lungo tempo. Gli articoli da pesca scartati (tra cui lenze mono filamento e reti di nylon), infatti, rimangono a galleggiare a profondità specifiche nel mare, provocando la “pesca fantasma” e causando l’intrappolamento di organismi acquatici.
[Fonte: Plastic waste in the marine environment: A review of sources, occurrence and effects]

Se pensate che la soluzione ai mille problemi causati dalla pesca commerciale, sia allevare i pesci, dovrete ricredervi perché la situazione non cambia affatto e lo potete constatare dai grafici qui sotto:

A colpo d’occhio, le barre grigie rappresentano pesci selvatici e le barre rosse pesci allevati. Volendo anche sapere come il pesce si confronti con altri alimenti proteici, è stato incluso il pollo che è la carne che tende ad avere l’impatto ambientale più basso. Tra i peggiori 5 abbiamo la platessa (selvatica), l’aragosta (selvatica), altri pesci d’acqua dolce (allevati), gamberetti (selvatici) e altri pesci d’acqua salata (allevati). Ad emettere meno gas serra, invece ci sono alghe marine e bivalvi (cozze, vongole, arselle etc), entrambi allevati.

Per quanto riguarda l’uso del suolo, è chiaro che gli animali selvatici non compaiono in classifica dal momento che non hanno alcun bisogno di essere nutriti, poiché liberi in natura, e quindi non contano i m2 di terra utilizzata per produrre il loro cibo. Le alghe marine e i bivalvi si piazzano ancora come migliore alternativa, dal momento che non hanno bisogno di essere nutriti dagli esseri umani, trovando nell’acqua del mare tutto ciò di cui hanno bisogno. Per lo stesso motivo, non avranno alcuna impronta idrica:

Per ultimo, ma non meno importante, il grafico delle emissioni di azoto per tonnellata, riguardante esclusivamente i pesci allevati e sempre comparate a quelle del pollo, quale proteina animale.

Da ricordare, per chi vuole continuare a consumare pesce ma “responsabilmente”, che anche i pesci hanno una stagionalità, dettata dai loro periodi di accoppiamento e riproduzione; a questo link trovate un elenco.

In conclusione, alla luce dei dati di impronta carbonica, idrica, terrestre e ambientale per ogni cibo, non c’è ragione per non affermare che una dieta vegana, o plant based, sia la più sostenibile, seguita poi dalla dieta vegetariana.

Fonti: Our World In Data, “Enrivonmental Impacts of Food Production” di Hannah Ritchie and Max Roser;
Our World In Data, “Fish and Overfishing” di Hannah Ritchie and Max Roser;
FAO e ISPRA


Veganuary: cos’è e perché partecipare

Come ogni inizio anno torna “Veganuary”, la sfida globale a provare un’alimentazione vegana per tutto il mese di Gennaio, Vegan + January appunto. Nel 2021 ha visto più di 580 mila partecipanti in 209 Paesi del Mondo, Italia compresa.

Dietro Veganuary c’è un intero staff che lavora con le aziende per aumentare le opzioni di cibo vegano nei negozi e nei ristoranti e che vuole rendere il veganismo più visibile e accessibile attraverso media nazionali e internazionali.
La missione è ispirare e supportare le persone a provare vegan, guidare un cambiamento aziendale e creare un movimento di massa globale sostenendo scelte di cibo consapevole, con l’obiettivo di mettere fine all’allevamento di animali, proteggendo il Pianeta e migliorando la nostra salute.

Partendo dall’inizio, cosa significa vegano?
Veganismo (o veganesimo) è un movimento che propone l’adozione di uno stile di vita basato su risorse non provenienti dal regno animale. Vegana è quindi una persona che ha deciso in modo consapevole di eliminare dalla propria alimentazione quotidiana tutti gli alimenti di origine animale. Per cui oltre alla carne e al pesce, non vengono consumati anche tutti i derivati: uova, latte, formaggi, miele e altri. L’alimentazione vegana non deve essere però vista come una privazione, perché la dieta di un* vegan* è ricchissima: tutta la frutta e la verdura, pasta, pane e tutti i lievitati (pizza compresa), cereali di ogni tipo, latte vegetale (soia, riso, avena..), legumi, frutta secca, semi, i derivati della soia come tofu e tempeh e i sostituti della carne come seitan, mopur, quorn, Beyond Meat etc.
E ho sicuramente dimenticato qualcosa.

Ma come può un’alimentazione vegana proteggere il Pianeta? Ebbene: la scelta vegana è la scelta più sostenibile e veramente impattante (positivamente) che si possa fare, prima di tante altre.

Attenzione però, perché vegano non è sempre sinonimo di sostenibile. Ogni caso è a sé e andrebbe ponderato con buon senso.
Un esempio, facile per capire perché vegano non è per forza sostenibile, è l’abbigliamento.
Dei capi in cotone o in qualsiasi altra fibra vegetale, come la canapa o il lino, non sono per forza più sostenibili di un maglione di lana. Una maglietta in cotone “vergine” non biologico, infatti, è molto poco sostenibile, ancor di più se la troverete in vendita in una catena di Fast Fashion.
Il maglione di lana si porta dietro, nella maggior parte dei casi, sfruttamento animale e nei casi peggiori anche l’uccisione. Per diventare consumatori responsabili dobbiamo conoscere e capire cosa stiamo per acquistare ed in base alle nostre priorità, scegliere: chi mette al primo posto la salvaguardia dell’ambiente a quella degli animali, potrebbe anche acquistare un capo di abbigliamento di materia prima animale qualora sia la scelta più sostenibile tra quelle a propria disposizione. Se, invece, la protezione dell’ambiente interessa tanto quanto la protezione degli animali, la scelta potrebbe ricadere su una maglietta prodotta con filato di canapa o cotone biologico rigenerato; entrambi vegetali ma a basso impatto ambientale. Oppure in capi vintage o di seconda mano, di lana, dando una seconda vita a capi che già esistono e per cui non si sprecano nuove risorse (e vite animali) per produrli.

Tornando a noi, ecco 3 buoni motivi per mangiare vegano:

PER L’AMBIENTE

PER GLI ANIMALI

PER LA SALUTE

A questo link potete iscriversi al Veganuary, in qualunque momento, non solo a Gennaio!

Hello, World!

Ciao, sono Gaia. Studentessa e fotografa, che con il lockdown ha alimentato la sua conoscenza (e amore) per la Terra, l’ambiente, gli animali, la Natura.

Prima di questo blog scrivevo articoletti per una pagina Instagram, ma adesso si fa sul serio.

Vorrei riuscire ad avvicinare più persone possibili alla questione ambientale, alla giustizia climatica e al rispetto per tutto ciò che ci circonda, allenando occhio critico e buon senso.
Il mio piccolo spazio è qui per questo.